Jane Bown, photographer

©Irene Alison_DLaRepubblica

Due macchine fotografiche, quattro rullini, una borsa di vimini, 15 minuti. E poi «una buona luce e la possibilità di guardare il soggetto negli occhi». A Jane Bown non è mai servito altro per fare un buon ritratto. Poche cose, che insieme a una capacità di leggere facce e anime sono bastate alla fotografa inglese (oggi 89enne) a entrare nella storia per gli iconici scatti con cui ha immortalato i più celebri personaggi del ’900: John Lennon, Orson Welles, Winston Churchill, Jean Cocteau. Politici, celebrity, filosofi e scrittori sono passati davanti al suo obiettivo lasciandovi una traccia, uno sguardo dietro il quale si intravede una verità nascosta, un’intima sostanza cui Jane, scarpe basse e sporta di vimini con gli attrezzi del mestiere, ha dato la caccia lungo i suoi sessant’anni da reporter, quasi tutti trascorsi lavorando per l’Observer.
Nella redazione del più antico giornale della domenica del mondo, Jane Bown arriva a 24 anni, con un portfolio frutto dei suoi studi di fotografia al Guildford College e il peso di un’infanzia nomade e turbolenta.
Figlia di uno scandalo d’altri tempi – l’amore clandestino tra la madre, giovane infermiera, e un ricco possidente di mezz’età – Jane nasce sul pavimento di una cucina dell’Herefordshire nel 1925 e viene cresciuta dalle zie materne, senza mai conoscere il padre e senza mai riavvicinarsi alla madre. Per questo, forse, il primo posto che chiama “casa” è il giornale per cui comincia a lavorare nel 1949. La photoeditor dell’Observer si innamora di una delle sue foto, il primo piano dell’occhio di una mucca («Se puoi trovare questa profondità nello sguardo di una mucca, chissà cosa puoi fare con le persone», le disse) e le assegna il primo incarico: fotografare Bertrand Russell a colazione nella sua stanza d’albergo. «Mi tremavano le ginocchia», dirà poi Jane. Ma il suo scatto del filosofo di profilo, illuminato da una luce di taglio, diventa il primo di una serie lunghissima. Dai Beatles a Jayne Mansfield a Samuel Beckett, che le concede tre scatti sulla porta del Royal Court un attimo prima di lasciare il teatro, e che viene catturato da Jane nel più immortale dei suoi cipigli.
Mai una luce artificiale, una posa innaturale, un orpello tecnico non necessario. Solo il dorso della mano per testare la luce, un quarto d’ora per arrivare al punto e tornare in redazione. «Il mio unico talento», ha detto Bown in una delle rare interviste, «è sapere riconoscere il momento». Modestia, ostinazione e bassa statura sono le chiavi del suo successo: Jane è solita infilarsi carponi nella ressa dei fotografi e sbucare in prima fila, a pochi passi dal soggetto. Con questa tecnica ottiene scatti come il ritratto di Richard Nixon del 1978: «Lui mi vide spuntare dal nulla a pochi centimetri dalla sua faccia», ha raccontato di quell’episodio. «Io scattai e lui mi disse: fatta? No, dissi io. Lui sorrise e io gliene scattai un’altra: quella era la foto buona».
La foto buona, per Jane, è sempre quella in cui una scintilla corre dai suoi occhi a quelli del soggetto, quella in cui un raggio di sole – spesso da sinistra a destra – gli scolpisce il viso in chiaroscuri netti, rivelandone un aspetto imprevisto. Così riesce a fotografare il pittore Lucian Freud, da sempre riluttante ai ritratti, che le dedica uno sguardo di intensa intimità. Così immortala (senza sapere chi fosse) la cantante Björk, che dopo dirà di lei: «A Jane basta guardare una persona negli occhi per capire chi sia».
Un talento che, secondo gli autori di Looking for Light – libro e documentario di Luke Dodd e Michael Whyte che ricostruisce la storia della fotografa – ha a che fare con la sua biografia travagliata, con una capacità di rendersi invisibile e lottare per ottenere l’attenzione che, da figlia non voluta, ha dovuto sviluppare in fretta. «Sono nata per errore», ha detto la fotografa di sé. «Ma a volte penso di essere stata fortunata: potevo solo andare avanti, senza che nessuno mi dicesse dove». Adesso che Jane Bown ha 89 anni e una spalla dolorante che non le permette di tenere la macchina fotografica per più di pochi minuti, le resta la luce di taglio che entra dalla finestra della sua grande casa nell’Hampshire e gli scatti di una vita appesi alle pareti. A chi le ricorda che le sue foto vivranno in eterno, risponde con la modestia di sempre. «Non credo proprio. Be’, magari qualcuna«.

©Irene Alison_DLaRepubblica

http://d.repubblica.it/personaggi/2014/09/30/news/jane_bown_fotografa_storia-2308813/

(english translation in the footer)

001 002 003 004 005 006 007 008 009 010 011 012 013 014 015Two cameras, four rolls, a bag of wicker, 15 minutes. And then “a good light and the ability to watch the subject’s eyes.” Jane Bown needed no more to make a good portrait. Few things, whic, together with an ability to read faces and souls, were enough to British photographer (now 89 years old) to go down in history for the iconic shots which has immortalized the most famous characters of the ‘900: John Lennon, Orson Welles, Winston Churchill Jean Cocteau.
Politicians, celebrities, philosophers and writers have passed in front of her lens leaving a trace, a look behind which we see a hidden truth, an intimate substance which Jane, slipper and bag of wicker with the tools of the trade, gave the hunting along her sixty years as a reporter, almost all spent working for the Observer.
In the oldest Sunday newspaper in the world, Jane Bown arrives when she is 24 years old, with a portfolio of her studies of photography at Guildford College and the weight of nomadic childhood and turbulent.
Daughter of a scandal of the past – the secret love between her mother, a young nurse, and a rich landowner, middle-aged – Jane was born on the floor of a Herefordshire’s kitchen in 1925 and was brought up by maternal aunts, never know her father and never closer to her mother. For this reason, perhaps, the first place she calls “home” is the newspaper where she began working in 1949. The photo editors of the Observer falls in love with one of her photos, eye close-up of a cow (“If you can find this depth in the eyes of a cow, who knows what you can do with the people”, he said) and assigns the first assignment: to photograph Bertrand Russell at breakfast in his hotel room.
“My knees were shaking,” says Jane then. But her shooting of the philosopher’s profile illuminated by a light cut becomes the first of a long series. From the Beatles to Samuel Beckett to Jayne Mansfield, who gives her three shots at the door of the Royal Court for a moment before leaving the theater and is captured by Jane in the most immortal of her frowns.
Never an artificial light, an unnatural, a tinsel not technically necessary. Only the back of the hand to test the light, a quarter of an hour to get to the point and get back to the office.
“My only talent,” Bown said in a rare interview, “is to able to recognize the moment.” Modesty, obstinacy and a short stature are the keys to her success: Jane is put on herself in the usual throng of photographers and popping in the front row, just steps away from the subject. With this technique, she gets shots like the portrait of Richard Nixon in 1978: “He saw me come out of nowhere a few inches from his face,” she told the incident. “I snapped, and he said to me: made​​? No, I said. He smiled and I snapped him another: that was the good pictures. ”
The good pictures for Jane is always the one that runs a spark from her eyes to those of the subject, one in which a ray of sunshine – often from left to right – sculpts the face in light and shade net, revealing an unexpected appearance. So she can photograph the painter Lucian Freud, always been reluctant to portraits, which devotes her a look of intense intimacy. So captures (without knowing who he was) the singer Björk, who later tells her: “Jane just look someone in the eyes to see who it is.”
A talent that, according to the authors of Looking for Light – book and documentary by Luke Dodd and Michael Whyte that traces the history of the photographer – has to do with her troubled biography, with an ability to make herself invisible and fight to get the attention from unwanted daughter. ”I was born by mistake,” said the photographer about herself. “But sometimes I think I was lucky I could just keep going, no one would tell me where.” Now that Jane Bown is 89 years and a sore shoulder that does not allow her to hold the camera for more than a few minutes, the light is cutting through the window of her large house in Hampshire and the shots of a lifetime hanging the walls. Who remembers that her photos will live forever, she responds with modesty ever. “I do not think so. Well, maybe some “.

©Irene Alison_DLaRepubblica

http://d.repubblica.it/personaggi/2014/09/30/news/jane_bown_fotografa_storia-2308813/

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