Laura Girelli, psicoanalista

Laura Girelli, psicoanalista
Laura Girelli, psicoanalista

Che lavoro fai?

La psicoanalista, ma più che un lavoro lo definirei un modo di stare nel mondo.

Necessità, vocazione, occasioni: quanto hanno contato nella scelta del tuo lavoro?

Nessuna necessità puo spingerti ad attraversare ogni giorno la parte scura della vita, se non quella di guarire la tua. Forse possiamo chiamare questa disposizione “vocazione”, nel senso di risposta a una chiamata necessaria per vivere. E poi c’è stato un sogno che mi ha indicato con chiarezza che questa era la strada che avrei voluto percorrere, anche se sembrava tardi. Si sa che noi analisti, come gli indovini e i guaritori tradizionali, diamo molta importanza ai sogni.

Hai avuto un Maestro/a?

Più di uno nel corso della vita, due – per ora – riguardo alla mia professione. Sono tutti arrivati in momenti di crisi e passaggio, quando ero pronta a compiere quella rivoluzione che avere un Maestro comporta.

Che strumenti usi per il tuo lavoro?

Una stanza chiusa e silenziosa dove delimitare un territorio libero e protetto. Due poltrone. Strumenti di scrittura, dopo. Libri ai quali tornare continuamente e continuamente da “dimenticare”. Il mio corpo in ascolto.

Com’è lo spazio in cui lavori?

Preziosissimo per me. Solo così sento che può diventare ospitale e importante anche per chi arriva e sosta.

Hai dei discepoli, allievi, assistenti?

Si spargono semi, poi la buona terra germoglia per conto suo.

Sei indulgente con i tuoi errori?

Ho imparato ad allearmi con i miei errori per essere vigile, e comprendere da dove arrivano. Nel mio lavoro è molto importante capire quello che l’errore segnala: impossibile eliminarli e basta, significherebbe non mettere più in gioco nulla.

Quanto conta il giudizio degli altri nel tuo lavoro?

Conta molto quello che l’altro sente che accade mentre lavoriamo: non lo definirei propriamente “giudizio”. Al di fuori della stanza dell’analisi, ad oggi il giudizio altrui conta davvero molto poco. Conta invece sempre di più il confronto. C’è voluto qualche lustro di professione, ma ora mi concedo il lusso di stare sul mio.

In che cosa consiste la creatività nel tuo lavoro?

La parola che trasforma e cura è solo quella poetica, ossia etimologicamente “po-ietica”, che fa, che crea. Non si stratta tanto e solo di innovare quadri teorici di riferimento, ma di permettere che in ogni incontro e in ogni gesto di cura l’altro sia veramente presente con la sua irriducibile novità. Se non si accoglie la vita mentre si fa, che cosa possiamo sanare?

Cosa c’è sulla tua scrivania in questo momento?

L’orologio che segna il tempo, una luce opalina che segna lo spazio, un calamaio in porcellana dono di una zia, un fermacarte con le mie iniziali dono di un’amica, documenti, blocco per appunti, biglietti da visita. Una copia del “Filottete” di Sofocle, che lascio sempre lì per ricordarmi delle ferite che non vengono accolte.

Annunci