Barbara Fiorio, scrittrice

In occasione del suo laboratorio di scrittura ironica che si terrà nel nostro atelier sabato 1 ottobre 2016 (per maggiori informazioni e dettagli potete andare alla pagina evento), abbiamo rivolto alla scrittrice Barbara Fiorio alcune domande su scrittura, creatività e dintorni.

Ecco le sue bellissime risposte.

Che lavoro fai?

Adesso scrivo romanzi, tengo laboratori di scrittura narrativa e docenze di comunicazione, ma in passato ho fatto molti lavori, a cominciare da quello che è stato uno dei grandi amori della mia vita: il teatro. Mi occupavo di comunicazione e promozione, creavo eventi e occasioni di incontri, parlavo di spettacoli, di storie e di incanto. Quello che dovrebbe inchiodarti in platea, davanti a un palcoscenico.

Poi, per dieci anni, sono passata a un altro tipo di comunicazione, in un mondo completamente diverso e distante da quello teatrale, e ho fatto la portavoce del presidente della Provincia di Genova. Scrivevo comunicati, interventi, dichiarazioni, prefazioni, relazioni.
A pensarci bene, qualunque lavoro abbia fatto, ho sempre scritto.

 

Necessità, vocazione, occasioni: quanto hanno contato nella scelta del tuo lavoro?

Tanto, tutti e tre i fattori. Certi lavori mi sono capitati per caso (grazie a quelle coincidenze che sanno di zampata del destino), altri li ho accettati per necessità e, infine, le mie vocazioni le ho sempre messe a disposizione, che fosse la scrittura, l’istinto alla comunicazione, la capacità organizzativa o la creatività (quella serve sempre, qualunque lavoro si faccia).
Di certo avrei preferito dare meno peso alla necessità e poter seguire di più la vocazione, perché riuscire a trasformare in lavoro (ossia quel che ci permette di pagare le bollette e le crocchette dei gatti) ciò che si ama fare è un gran privilegio ed è ciò a cui si dovrebbe aspirare, se si ha chiaro ciò che si vuole essere.

Ho sempre pensato che ci fosse una profonda differenza tra desiderare e volere e ho sempre visto che, dove c’è la volontà, i traguardi si raggiungono. O ci si va molto vicino.

 

Hai avuto un Maestro/a?

Tanti, magari anche inconsapevoli di esserlo, a cominciare dai libri che ho letto. Ho assorbito soprattutto da quelli che ho scelto come esempi.

Poi ho avuto due insegnanti, quella di lettere alle medie e quello di greco e latino al liceo, che mi hanno incoraggiata nel mio amore non solo per la scrittura ma per i voli pindarici con la fantasia e le storie che mi inventavo.
Nei miei vari lavori ho incontrato persone preziose a cui chiedere consigli o semplicemente da osservare, e quando sono arrivata nel mondo dell’editoria ho incontrato prima quella che è diventata la mia agente letteraria, che mi ha fatto chiudere in una scatola l’inedito che le avevo proposto e mi ha spinta a tirare fuori un nuovo romanzo, poi la redattrice con cui ho lavorato all’editing di quel romanzo, Buona fortuna. Ecco, l’incontro con lei è stato il primo vero incontro con la mia scrittura, l’occasione di vederla in modo più analitico e strutturato, di acquisire maggiore consapevolezza. Infine, un’altra persona che mi ha insegnato tanto è un altro editor, il mio compagno, con cui parlo continuamente di lettura e scrittura.

Sarò banale, ma credo che si impari sempre, se si ha voglia di farlo. E non credo un granché negli “auto-didatti”. A me nessuno ha spiegato ufficialmente come scrivere un libro, ma se mi guardo intorno vedo interi scaffali di chi mi ha mostrato come fare, e varie persone che mi hanno incoraggiata a farlo.

 

Che strumenti usi per il tuo lavoro?

Soprattutto il mio computer, necessariamente un portatile, dal momento che io cambio postazione continuamente: passo dalla poltrona alla scrivania, dal letto alla chaise-longue, dal treno al gate di un aereo. Poi ho bisogno della musica, rigorosamente straniera o senza parole (i testi nella mia lingua mi distrarrebbero). Alcuni capitoli sono stati scritti a ritmo di canzoni precise, ripetute a ciclo continuo. Internet, fondamentale. Il Devoto-Oli, per me il miglior dizionario della Lingua Italiana. Vari libri nei quali cercare eventuali approfondimenti (perché non mi fido di internet se mi servono delle ricerche un po’ più serie). Del cioccolato fondente. Sempre.

 

Com’è lo spazio in cui lavori?

Vorrei che fosse più ordinato di quanto non sia. Di sicuro mi servono luce, silenzio e odio le porte chiuse o avere davanti la parete.

 

Hai dei discepoli, allievi, assistenti?

Oddio, discepoli proprio no, non sono un messia.
Ho avuto assistenti nei miei lavori precedenti e adesso ho allievi.
Non so come fosse lavorare con me, sono sempre stata una specie di caterpillar, sempre pronta a spiegare perché una cosa andava fatta in quel modo e a farla io per prima, ma anche sempre convinta che “Se ce la facevo io poteva farcela chiunque”. Ecco, non è detto. Ognuno di noi ha abilità e specificità diverse, questa è una cosa che devo ancora imparare.

Sono parecchio tosta anche coi miei allievi, do molto e pretendo molto, ma visto che poi mi rimangono vicini e se capita l’occasione tornano pure come sopravvissuti e recidivi, di loro volontà, forse non sono malaccio.

 

Sei indulgente con i tuoi errori?

Mica tanto. Dovrei. Credo di esserlo di più con gli errori degli altri.

 

Quanto conta il giudizio degli altri nel tuo lavoro?

Mi piacerebbe rispondere “Poco” ma sarei ipocrita. Tengo moltissimo al giudizio degli altri, soprattutto delle persone di cui ho stima, della cui opinione mi importa molto. Va anche considerato che ho sempre fatto lavori basati sulla risposta esterna, dalla comunicazione culturale a quella politica, quindi il giudizio degli altri è sempre stato il parametro per valutare i miei risultati e l’efficacia del mio lavoro. Lo è in buona parte anche nella scrittura: se i lettori si innamorano delle mie storie e del mio stile, e continueranno a seguirmi e ad apprezzarmi, lo farà anche la mia casa editrice.

 

In che cosa consiste la creatività nel tuo lavoro?

Be’, scrivo romanzi, la creatività comincia nel trovare una storia, nel creare i personaggi e seguirli finché non so tutto di loro e non sono pronta a raccontarli. Poi c’è creatività nell’elaborare la struttura su cui disporli, e c’è molta creatività nella scrittura stessa: come mostrare una situazione, un gesto, un sentimento, quali parole usare, quale punteggiatura, quale linguaggio abbinare a ognuno, come risolvere i conflitti, come chiudere. E non scordiamoci del titolo da dare al libro!

 

Quali pensi siano i passaggi più critici del processo creativo?

Ce ne sono diversi, non credo siano gli stessi per tutti.

Per me, il primo momento critico è trovare la storia. Non sono una a cui le idee scoppiettano in testa come popcorn in una padella. Sono monogama, mi innamoro di una storia alla volta dopo lunghe selezioni. Posso anche aspettare mesi in attesa che arrivi. Quello, quel periodo di vuoto tra aver finito di scrivere un libro e non sapere ancora cosa scrivere dopo, è il momento più critico dal punto di vista creativo, perché comincio a convincermi che non me ne verranno in mente mai più, quindi non scriverò mai più, un sacco di mai più. Poi arriva la storia e niente, la fase del mai più viene rimandata alla crisi successiva.
Un altro momento critico è quando decido come raccontarla. Con quale focalizzazione, quanti personaggi, quali conflitti, quali soluzioni. Devo lasciarla frollare in testa, fare amicizia coi protagonisti, diventare la loro migliore amica. Poi, posso cominciare a scrivere.
Incontro ovviamente altri momenti critici mentre scrivo: certi capitoli non mi vengono, in certi punti non so come proseguire pur sapendo dove voglio arrivare, ma lì mi vengono in aiuto anche i personaggi che, spesso, risolvono loro il problema.

 

Esiste secondo te una “differenza di genere” nella scrittura?

Cosa intendiamo per genere? Genere letterario o genere sessuale?
Esistono i generi letterari: saggistica e narrativa, per cominciare, poi i gialli, i noir, i rosa, eccetera. Sempre di più è difficile classificare un romanzo in un unico genere, però. Ci sono commistioni inevitabili e questo manda in tilt gli addetti al marketing editoriale, perché per la promozione, la comunicazione e la vendita è necessario sapere dove
posizionare il prodotto, su che scaffale, per quale target. Tutti elementi che uno scrittore non considera, a meno che non sia uno scrittore di cassetta, puntato al commerciale (legittimo e sacrosanto, per carità, anche quelle sono scelte).

Io, per esempio, creo problemi, riguardo al genere. Che genere scrivo? Per dire, non scrivo rosa, ma spesso mi ritrovo classificata nei rosa perché sono una donna.

Ed ecco che arriviamo al problema del genere sessuale.

Io mi rifiuto di accettare che esista nella scrittura. So che molti la pensano diversamente, ma li ritengo preconcetti e pregiudizi che vanno combattuti sul piano culturale. A me non è mai importato il sesso di un autore, a me importa che un libro sia scritto bene e mi racconti una storia capace di coinvolgermi. Un tempo poteva esserci una distinzione quasi imposta: le donne che scrivevano erano poche e la maggior parte di quelle poche scriveva romanzi leggeri, i rosa, appunto. Un tempo erano poche anche le donne che potevano studiare, farsi una cultura e affermarsi autonomamente nel settore che volevano. Oggi andiamo a scuola tutti, studiamo le stesse cose, scegliamo le stesse facoltà, accediamo alle stesse librerie e biblioteche. Per lo meno in questa parte di mondo. Quindi diventa questione di scelta e di gusti, non di genere sessuale.

Alcuni sollevano il problema dei personaggi in cui identificarsi, argomentazione che non condivido.
Non ho mai avuto problemi a indentificarmi in un personaggio maschile, o anziano, o alieno, o bambino o animale. Non solo: non credo che sia sempre indispensabile identificarsi nel protagonista o in altri personaggi. A volte basta seguirli, tifare per loro, ma non sentirsi loro, godersi storia e scrittura. Pensiamo a
Stoner, un libro magistrale che, secondo me, rende quasi impossibile indentificarsi nel protagonista ma chi se ne frega, è un grandissimo libro.
Se un uomo non riesce a leggere un buon libro perché scritto da una donna o perché con una protagonista donna, credo che sia lui ad avere un grosso limite.

Poi, chiaro, ci sono le questioni di gusto personale, ci mancherebbe. Io per esempio non amo leggere libri che raccontano solo una melensa storia d’amore, i classici lui e lei che si incontrano, si innamorano, trovano ostacoli, li superano, evviva. Mi annoiano profondamente. Né amo una certa retorica narrativa, frasi fatte, passaggi stucchevoli, scrittura troppo semplice (questa la propinano donne e uomini indifferentemente).

Ma non significa che non mi interessi leggere d’amore. Non dimentichiamoci che d’amore ne hanno scritto tutti, anche i grandissimi della letteratura. Cosa è Anna Karenina se non una storia d’amore? E L’idiota non è forse un’altra struggente storia d’amore?

Ecco, a volte ho la sensazione che dalle autrici donne ci si aspettino solo libri un po’ leggeri, poco impegnativi, molto amorosi, tanti batticuori e lieti fine.
Ma non è così. Le donne scrivono quanto e come gli uomini, non mi interessa dire se meglio o peggio, non lo si può dire, la differenza la fanno i libri che scrivono, non cosa hanno nelle mutande.

Smettiamo di parlare di letteratura femminile, è discriminante. Avete mai sentito di una rassegna o un festival o un concorso di letteratura maschile? No, appunto. Potrebbe essere proposto adesso, in modo provocatorio, per accentuarne l’assurdità.

Parliamo piuttosto di letteratura, evitiamo gli scaffali dei “libri scritti da donne”. Parliamo di libri scritti bene e libri scritti male (anzi, parliamo solo dei libri scritti bene). Parliamo di storie, parliamo di scrittura.

Usciamo dagli stereotipi, se vogliamo combatterli.

 

Che distanza bisogna mettere fra sé e ciò che si scrive? O anche: quanto c’è di te in ciò che scrivi?

Sono due cose diverse, la distanza e il mettere se stessi in ciò che si scrive.

Ai miei allievi consiglio sempre di mettere molta distanza, perché il rischio di scrivere diari personali anziché romanzi per i lettori è altissimo, quando si è esordienti. E, diciamocelo, a pochi interessano i diari personali e le elucubrazioni o i contorcimenti emotivi dell’autore, a meno che l’autore non sia già affermato e stimato (e anche in quel caso non è detto che interessino).

Poi è vero che spesso la prima storia ci appartiene in qualche modo, e questo non è necessariamente un male. Di certo aiuta far passare il tempo necessario per darle una struttura narrativa, prediligendo l’efficacia all’attinenza alla realtà. Quando, di fronte a una mia considerazione su qualche passaggio che non funziona, mi sento rispondere dai miei allievi “Ma è andata proprio così” mi abbatto sulla sedia, faccio un bel respiro e con tutta la delicatezza di cui sono capace (non abbondo, lo ammetto) cerco di spiegare che quando si racconta una storia per i lettori, si deve anche essere disposti a cambiare qualcosa per renderla narrativamente efficace.

Sul mettere se stessi in ciò che si scrive, per quanto mi riguarda è inevitabile. C’è qualcosa di me in tutti i miei protagonisti. A volte anche in quelli negativi. Ai miei preferiti mi piace attribuire gusti miei. Per esempio, Giulia, in Qualcosa di vero, ama il dulce de leche, il rock’n’roll, fare lunghi bagni e le caramelle gommose. Ma ama anche i mojito, e io sono astemia. Rebecca ama i draghi e le fiabe vere. Margot, in Buona fortuna, è sarcastica, ama il buon cioccolato, detesta il gossip e da bambina amava vestirsi da fatina, principessa e Zorro tutto assieme. A proposito di Zorro, la storia che Giulia racconta a Rebecca riguardo l’eroe mascherato è vera: mia madre mi ha fatto credere alla sua esistenza fin da quand’ero piccola, esattamente come la madre di Giulia.

Insomma, l’autore è nei dettagli, un po’ come il diavolo.

 

Che consigli daresti ad un aspirante scrittore?

Se vuoi pubblicare, mettiti in discussione, abbi l’umiltà di capire se il tuo testo è all’altezza di passare il vaglio di una casa editrice. E naturalmente cerca di capire quale sia la giusta casa editrice con cui cominciare: non deve necessariamente essere una delle più importanti, basta che sia seria e in linea con ciò che scrivi tu. Per seria intendo nessuna che ti chieda soldi per pubblicarti, in qualunque forma te li chieda.

Accetta i rifiuti e cerca di capire perché. Niente alibi: se nessuno ti pubblica forse non hai (ancora) scritto un buon libro. Non convincerti che il problema siano le “conoscenze giuste”, cerca piuttosto, se ci tieni e se ci credi, di farti fare una scheda di lettura da un professionista per capire quali siano i problemi.

Investi tempo ed eventualmente denaro: il talento non lo si impara, le tecniche di scrittura sì.

Leggi, leggi, leggi. Impara dai migliori, da loro cerca di capire cosa funziona e cosa no, e perché.

Non avere paura di romperti la testa su una parola o su una frase anche per un giorno intero: bisogna lavorare senza sosta sulla propria scrittura, se sei uno di quelli che pensano che le cose vadano lasciate esattamente come sono state scritte di getto nella loro prima versione, lascia perdere.

Fatti leggere da persone che sono in grado di dirti se ciò che hai scritto merita di essere pagato per essere letto, ma attenzione: chiedere a un professionista del settore di leggere il tuo inedito significa chiedergli di lavorare per te. Perché leggere un inedito ed elaborarne un parere comporta ore di lavoro. Abbi sempre rispetto per questo tipo di impegno e non aspettarti che venga fatto gratuitamente, volontariamente, sicuramente o velocemente.

 

C’è un libro che ritieni fondamentale leggere?

I classici, nella libreria di un aspirante scrittore, non possono mancare. Dagli antichi ai contemporanei, dagli stranieri agli italiani. Da Omero a Pirandello, per capirci, passando per Shakespeare e Dostoevskij. Poi ci sono gli autori più nelle corde di chi vuole scrivere, e lì si entra in una sfera più soggettiva, ma leggere i migliori è basilare. Mi è veramente difficile nominare un libro che ritengo fondamentale, sono troppi i libri fondamentali, secondo me. Per chi, come me, ama la scrittura ironica, credo che Mark Twain sia imprescindibile. Se vi serve una bussola per la narrativa contemporanea, leggete i Premi Pulitzer. Con quelli non si sbaglia.

 

Cosa c’è sulla tua scrivania in questo momento?

Un casino. E due gatti sui loro due cuscini arancioni. Le due cose potrebbero anche essere collegate, ma non è detto.

 

©Barbara Fiorio per Maria Cristina Codecasa Conti

 

Copia di Scrivania Barbara

 

 

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