Fabiana Tinaglia, giornalista

Fabiana Tinaglia, giornalista
Fabiana Tinaglia, giornalista

Che lavoro fai?

I miei figli dicono che racconto storie e che un giorno ho anche parlato con Babbo Natale… Io, per lo più, cerco di trasportare su un foglio bianco le emozioni che le persone mi trasmettono, ma anche gli abiti che vedo, i loro colori, la forma di una borsa, la silhouette di un tacco. Per la cronaca, sono una giornalista.

Necessità, vocazione, occasioni: quanto hanno contato nella scelta del tuo lavoro?

Le occasioni nel mio lavoro sono state tutto e sono tutto ogni giorno. Quello che sono è dipeso da occasioni nate anche da casi fortuiti. E molto spesso le occasioni nascono da un incontro, una sensazione, dalla percezione che c’è qualcosa per cui essere sempre curiosi. Necessità? Non riuscirei a fare quello che faccio solo per necessità. La vocazione credo poi che con il giornalismo c’entri inevitabilmente. Amo raccontare, quello che vedo e quello che sente la gente. Una famiglia di insegnanti e un padre poeta possono aver aiutato.

Hai avuto un Maestro/a?

Nel mio lavoro due maestri: il mio primo caposervizio, che mi ha corretto anche le virgole se necessario e mi ha sempre consigliato a pormi delle domande, costringendomi ogni giorno a portare a casa una notizia che valesse la pena leggere. E poi il mio vicedirettore di sempre: un giorno mi ha detto di fare sempre il mio lavoro con correttezza e con attenzione. Senza mai mollare la presa e farsi trovare impreparata. Cerco di ricordarmene ogni giorno, anche nella vita.

Che strumenti usi per il tuo lavoro?

Direi la testa… ma spesso e volentieri il cuore. E il gusto per quando scrivo di moda. Mi piace dire anche le dita… per la bella sensazione di pigiare sulla tastiera. E mi piace il rumore della penna e della matita sul foglio liscio. Ma ora sto uscendo dal seminato. Ultima cosa: l’onestà. E’ uno strumento, per scrivere sempre e comunque con trasparenza e passione.

Com’è lo spazio in cui lavori?

Un ufficio di uomini! Tanta confusione, troppa luce artificiale. Ma tante fotografie, molti libri e pezzi di giornali con frasi che mi aiutano ad affrontare la giornata. Tra le tante pagine alcuni articoli di Elasti, tratti da “D”, un recente brano inviatomi da un amica con la frase: “possiamo rimpossessarci della nostra lingua solo attraverso la lingua degli altri”. Non mancano le foto dei miei figli Federico e Camilla, di mio marito, delle amiche di sempre. E infine queste parole: “Scontro creativo”.

Hai dei discepoli, allievi, assistenti?

Oddio no, mi sento io l’allieva di scrittori e giornalisti che leggo con passione.

Sei indulgente con i tuoi errori?

Mica tanto. Sempre molto critica, ancora molto insicura, ma un tantino più soddisfatta.

Quanto conta il giudizio degli altri nel tuo lavoro?

Ancora molto. Scrivo per gli altri, per raccontarli e raccontare loro un mondo spesso migliore. Il piacere per me sta qui.

In che cosa consiste la creatività nel tuo lavoro?

Trovare nuove storie, interessanti e brillanti. Raccontarle in un modo che coinvolga il lettore. Affascinarmi e affascinare.

Cosa c’è sulla tua scrivania in questo momento?

Troppe cose! Federico e Camilla che si abbracciano in una foto già troppo vecchia, un dolcetto di stoffa fatto da un’amica che mi sa far sorridere. La biografia di Diana Vreeland e una lista di cose da fare, compresa la lista di quello che manca in frigor e che prima o poi mi ricorderò di comprare. Ovviamente sempre il mio giornale, L’Eco di Bergamo.

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